Yeshe Norbu - Appello per il Tibet

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UNA TRAGEDIA DIMENTICATA

Disegni dei bambini

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Mongolia

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Mongolia  sito in manutenzione 

 

I Profughi

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Nella tragedia del Tibet invaso non c’è solo sofferenza umana, ma anche il rischio della scomparsa di una autentica cultura di pace basata sugli insegnamenti buddhisti di non violenza e di rispetto per gli altri, l’esempio concreto che un popolo oppresso può lottare per i propri diritti senza perdere la propria umanità.

Si calcola che nei sei decenni dal''invasione a oggi circa 1.200.000 tibetani siano morti a causa della repressione e degli sconvolgimenti sociali ed economici che ne sono derivati. (rastrellamenti e uccisione di dissidenti, esecuzioni capitali per reati banali, aborti forzati, lavoro coatto in condizioni disumane, carestie a causate dell’imposizione di coltivazioni inadatte decise a tavolino a migliaia di chilometri di distanza)

 

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Oltre al Dalai Lama, premio Nobel per la pace 1989, più di 135.000 dei sei milioni di tibetani si sono rifugiati in India e Nepal per sfuggire alla persecuzione religiosa e cercare di preservare le basi della loro cultura, e ancora oggi continuano ad arrivare numerosi nei campi profughi.

Nel 1959, 1961 e 1965, le Nazioni Unite approvarono tre risoluzioni a favore del Tibet in cui si esprimeva preoccupazione circa la violazione dei diritti umani e si chiedeva "la cessazione di tutto ciò che priva il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e delle libertà, incluso il diritto all'autodeterminazione".

A partire dal 1986, numerose risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento Europeo e di molti parlamenti nazionali hanno deplorato la situazione esistente in Tibet (e all'interno della Cina stessa, nei confronti di altre minoranze) ed esortato il governo cinese al rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche.

 

 

L’invasione del Tibet

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La cultura del Tibet, con i suoi valori di tolleranza e non violenza profondamente radicati nella popolazione, è un patrimonio dell’intera umanità che rischia di scomparire per sempre.

 

La tragedia del popolo tibetano dura ormai da oltre 60 anni.

Nel 1959 l’Esercito Popolare Cinese completò l’occupazione del Tibet iniziata nel 1950, annettendo un territorio vasto come metà dell’Europa e aprendosi la strada in direzione dell’Asia meridionale.

Veniva così annullata la storica indipendenza del Tibet e la possibilità di formare uno “stato cuscinetto” fra le due nazioni più popolose e più in rapida espansione del mondo, entrambe dotate di armi nucleari.

 

Descrizione: antiche statue distrutte.JPG

 

Per vincere il radicato spirito di indipendenza dei tibetani, il governo cinese ha messo in atto un programma sistematico di eliminazione di tutti i punti di riferimento culturale e religioso che ha portato alla distruzione quasi totale di scuole, biblioteche, luoghi di culto e opere d’arte sacra  spesso antichissime, ormai scomparse per sempre.

 

Tutti ricordano le immagini delle monumentali statue di Buddha distrutte nel 2001 dai Talebani a Bamyan in Afghanistan.


Negli anni  ’50 in Tibet non c’erano telecamere e pochissime macchine fotografiche: la distruzione è stata immensamente maggiore ma a ed è passata sotto silenzio perché non è documentata e le poche foto esistenti sono quasi tutte sparite.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La civiltà del Tibet non era di carattere tecnologico come la nostra, ma di tipo umanistico come quella dell’antica Grecia e aveva dato vita a un’incredibile quantità di dipinti, arazzi, statue, templi, monumenti votivi, reliquiari, cripte affrescate in alcune delle quali venivano conservati manoscritti arrivati dall’India più di mille anni fa.

 

 

 

Descrizione: sutra.jpg

 

Nelle università monastiche tibetane c’era soprattutto un’immensa mole di libri prodotti mediante xilografia (l'antico metodo di stampa mediante matrici di legno incise a mano e inchiostrate) che contenevano duemilacinquecento anni di pensiero buddhista.

 

Ma i libri e il legno sono materiali molto infiammabili....

 

 


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