La cultura del Tibet, con i suoi valori di tolleranza e non violenza profondamente radicati nella popolazione, è un patrimonio dell’intera umanità che rischia di scomparire per sempre.
La tragedia del popolo tibetano dura ormai da oltre 60 anni.
Nel 1959 l’Esercito Popolare Cinese completò l’invasione del Tibet iniziata nel 1950, annettendo un territorio vasto come metà dell’Europa e aprendosi la strada in direzione dell’Asia meridionale.
Veniva così annullata la storica indipendenza del Tibet e la possibilità di formare uno “stato cuscinetto” fra le due nazioni più popolose e più in rapida espansione del mondo, entrambe dotate di armi nucleari.

Per vincere il radicato spirito di indipendenza dei tibetani, il governo cinese ha messo in atto un programma sistematico di eliminazione di tutti i punti di riferimento culturale e religioso che ha portato alla distruzione quasi totale di scuole, biblioteche, luoghi di culto e opere d’arte sacra spesso antichissime, ormai scomparse per sempre.
Tutti ricordano le immagini delle monumentali statue di Buddha distrutte nel 2001 dai Talebani a Bamyan in Afghanistan.
Negli anni ’50 in Tibet non c’erano telecamere e pochissime macchine fotografiche: la distruzione è stata immensamente maggiore ma a ed è passata sotto silenzio perché non è documentata e le poche foto esistenti sono quasi tutte sparite.
La cultra tibetana non era di carattere tecnologico come la nostra, ma di tipo umanistico come quella dell’antica Grecia e aveva dato vita a un’incredibile quantità di dipinti, arazzi, statue, templi, monumenti votivi, reliquiari, cripte affrescate in alcune delle quali venivano conservati manoscritti arrivati dall’India più di mille anni fa.
Nelle università monastiche tibetane c’era soprattutto un’immensa mole di libri prodotti mediante xilografia (l'antico metodo di stampa mediante matrici di legno incise a mano e inchiostrate) che contenevano duemilacinquecento anni di pensiero e cultura buddhista.
Ma i libri e il legno sono materiali molto infiammabili....












